Visualizzazioni totali

Conoscere...

Urbex at Info! E' il blog di Elvira Macchiavelli dedicato ai luoghi abbandonati italiani. Visitate anche i link: www.esplorazioniurbane.it , Where Elvi production e Uzbazur su YouTube e Facebook.

Esplora il blog

Google+ Badge

giovedì 23 marzo 2017

Villa Magnolia

Un sottile raggio di luce si insinua debolmente nel salone della villa, quasi a volersi manifestare come una timorosa guida.  Timorosa di cosa?
La luce è sempre una guida, ma in questa villa diventa fredda e artificiale. La polvere è una corpuscolare pellicola posata sui vetri delle finestre: sottili lamine opache che sembrano ostacolare con forza l’entrata della calda luce nelle stanze.  Ostacola? Chi ostacola?
Lei è l’ostacolo: lei…la casa.
Una dimora lussuosa, mai stucchevole, ambienti sobri, mai minimali.
Un volto di donna, impresso su tela, ci accoglie radioso quando entriamo nell’ampio salone dal pavimento in legno.
Ci guarda attraverso uno sguardo immortale, che non conosce dolore né solitudine. E come poteva sentirsi sola con un marito affettuoso, due figli (G., quella G., impressa su gran parte dei mobili della casa), un cane e molti amici.  Le fotografie ritraggono la famiglia riunita in giardino negli anni Settanta,  sempre nella stessa posa nelle due fotografie in cui la differenza risiede solo nei cambiamenti dovuti all’età.
Non cambia l’entusiasmo dei loro occhi che adesso si trova nello sguardo rassicurante di lei, e silente si trasmette ad ogni angolo della casa, in ogni anfratto, in ogni cassetto dell’armadio dove magari un bambino ha nascosto un piccolo tesoro.
Impossibile non fantasticare su (im)probabili e curiosi ritrovamenti, impossibile non leggere i titoli dei libri umidi riposti accuratamente nei mobili sotto le finestre.
Titoli francesi, ecclesiastici e storici: attraverso un titolo si può conoscere una storia, o almeno sapere di cosa tratta. Nel caso in cui il libro sia la villa abbandonata (la copertina la sua facciata e le pagine il suo contenuto), nessun titolo potrebbe mai riassumere l’atmosfera di questo posto.
Un posto nuovo, apparentemente ben tenuto, con ancora tutti i documenti in fila negli schedari, i bicchieri sui tavoli, i quadri appesi alle pareti celestine e la collezione di conchiglie sullo scaffale della libreria.
Le scale di marmo sono vestite con l’archetipo del prestigio per eccellenza: il tappeto rosso.
Il piano superiore ha i soffitti alti e a volta tempestati da inquietanti visi di muffa.
Ci sentiamo soltanto pedine non autorizzate che seguono i dettami di un gioco primordiale camminando per una scacchiera diagonale. Casella nera, casella bianca, casella nera, casella bianca. Giriamo a destra; ogni stanza è un tripudio di ricordi,altrui.
Sui comodini ci sono ancora i libri e i rosari, nei cassetti gli album del matrimonio di famiglia, vestiti negli armadi, volti corrosi nelle teche dei quadri.
Ogni stanza è buia, ma non abbastanza per la luce della curiosità.
Ultimo piano e ancora ogni spazio è un regolare prolungamento, dei ricordi. Scattiamo in fretta, tanta è l’impressione di violare ‘la questione privata’ della famiglia.
                                                                  Elvira Macchiavelli

lunedì 30 gennaio 2017

La fabbrica di penicillina

Corri treno, vai forte e arriva a Roma. Lasciami perdere nella stazione e fammi trovare con un amico climber che certo non perde tempo in giri turistici:
-Ti porto alla fabbrica di penicillina, è un po’ che non vado ma a te sicuro piace. ‘Namo?
E ‘namo' si. Arriviamo con la metro alla periferia nord-ovest della Capitale dove ad accoglierci è (almeno per me) uno spaesante via vai di persone e voci, auto e una lunga strada a doppia corsia da percorrere sullo stretto marciapiede.
Sulla destra ecco che si staglia un enorme complesso di cemento senza vetri né parapetti: un apparente scheletro industriale che in passato è stato il complesso più all’avanguardia nella produzione della penicillina.
Davanti all’ingresso della fabbrica alcuni operai lavorano con mole non curandosi certo di noi due che entriamo dentro al complesso. Al suo interno, oltre l’immancabile gattaia, l’industria è tutto un buco grigio fatto di cemento vivo, ampi spazialismi e volumi che si intersecano per metri e metri.
Una parte della fabbrica è visibilmente occupata ed ogni tanto sbuca qualche ospite nel ‘giardino’ sotto ai nostri piani.
Man mano che saliamo le scale di cemento vivo, senza balaustre né colori, le vertigini cominciano a farsi sentire ma le paure si imparano a combattere, anche con le terapie d’urto.

In un secondo stabile, la fabbrica LEO (così chiamata nel dopo guerra) sprigiona tutta la sua particolarità. I muri degli stabili sono diventati delle tele en plein air per street artists e writers.
‘Da sta parte’ ci invita un cervo fatto di ghiaccio, su per le scale fino a incontrare le nostri croci, navigando nei viaggi di Gulliver, sino ad approdare al cospetto del David fiorentino che certo non rinuncia a combattere al fianco degli animali vegani. Posso assicurare che è traumatico assistere alle fucilazioni di Goya ad opera di Atoche e dolce è il naufragare negli sguardi femminili e così eccezionalmente veri di Gomez.
In questo caso la street art interpreta i bianchi muri di un luogo abbandonato per conferirgli una seconda vita e un’infinita importanza.
I colori abbracciano il mondo grigio e degradato della LEO donandogli valore e vivacità.
Lo stesso movimento che ha animato migliaia di operai a produrre il 1100 per cento del fabbisogno italiano di penicillina lo si può sentire da quante persone hanno vissuto, e vivono, questo luogo: dagli ospiti, ai vandali fino ai pittori postmoderni.
Dagli anni ’90 la fabbrica è in disuso e nessun tentativo di riqualifica è stato ancora concretizzato: meglio tenere la LEO nella gabbia aperta di Rebibbia come rifugio e tela libera.
E la libertà ve lo assicuro si respira sul tetto della LEO, dopo che Elvis ci ha proposto la sfida: il cielo è il limite? Tra i comignoli roteanti della fabbrica i palazzi creano infinite linee oblique dal colore grigio che si confondono sino all’orizzonte della nostra Capitale. I punti di fuga sono infiniti come le emozioni che questa esplorazione ha suscitato in me.






Elvira Macchiavelli

lunedì 5 dicembre 2016

Inferni Asylum. Ex ospedale psichiatrico.


Entrare nella follia è un viaggio orfico: una discesa negli inferi che poi ti rigetta nel mondo quotidiano con un nuovo, necessario e malinconico arricchimento.
E’ stato un viaggio denso di sensazioni che oscillavano tra picchi massimi e minimi di adrenalina facendoci scorrere incondizionatamente, e con pronta attenzione, lungo i piani complicati dell’ex ospedale. Ogni soffio di luce che le finestre divelte emettevano erano un caldo contatto con il mondo esterno: ‘adesso sei qui, lo sai che non c’è via di uscita da queste mura ma fuori, fuori c’è il sole e il verde.’


L’oppressione esercitata sul visitatore da questo luogo è tale che anche la stanza più piccola e vuota fa venir voglia di fuggire per i corridoio scrostati alla ricerca di un punto di quiete. Ma dove cercare la quiete e la calma in un manicomio abbandonato dove le urla echeggiano silenziose e dove la quiete…non c’è. Ma la forza del visitatore sta proprio qui: nel ricercare la calma nell’angoscia attraverso le immagini dedicate alla luce. Quest’azione me la fece notare una mia amica: ‘Tu, trasmetti la vita e la pace nelle tue foto.’ Sono parole forti, ma senza questa frase, che è stata un interpretazione rivelatrice per il mio simbolismo fotografico, difficilmente sarei sopravvissuta all’atmosfera dell’ inferni Asylum.
Non dimenticherò mai la colonna sonora di questa spedizione ossia lo sferragliare monotono di una ventola arrugginita saporita di sega elettrica contro un metallo: Iiii! Iiii! Iiii!
Entrati negli antri angusti dei bui corridoi dai soffitti a volta, il gruppetto di esploratori ed io, rimaniamo abbagliati dalla luce delle stanze scrostate, dai numerosi strumenti che ancora si possono trovare e dalla rotonda dei folli: il corridoio semi circolare mostra le porte di legno, pesanti e grigie, aperte al visitatore ma prima…prima erano chiuse. 

                         

Dalla fine dell’Ottocento queste stanze hanno vissuto talmente tanta violenza che adesso si percepisce come inquietante pace elettrica generata dopo l’esplosione del grande cambiamento.
Tuttavia (perché trovo giusto liquidare l’aberrante passato con una congiunzione), la parte più immensamente triste di questo luogo è il reparto pediatrico: tricicli e strumenti per la deambulazione abitano queste stanze umide e fatiscenti. Il verde della muffa impregna e scuote l'olfatto oltre le pesanti porte di legno dove gli spioncini dell'osservazione non sono altro che occhi ciechi. 

                                   
Il crocevia degli spiriti non smette di seguire il passo pesante e solo in questi ambienti ricchi di polvere e colori perduti. 
Ho avuto come la sensazione di perdere la corporeità mentre vagavo per gli spazi luminosi: senza obiettivi, senza aspettative, soltanto con la purezza della ricerca e della scoperta che mi animava tutta.
Soltanto la ricerca di un compagno smarrito ‘in una spiaggia un po’ disabitata ma bella’ mi ha fatto tornare, per un attimo, in me. Una volta incontrato, il cervello si è di nuovo disconnesso ed ha attivato il cuore come mezzo razionale ed emozionale.

Camminiamo sino alla stanza di esercitazione degli aspiranti medici, dove scheletri, teschi e libri abitano i locali silenziosi, silenziosi come la chiesa del manicomio, rumorosi di echi come i tunnel sotterranei dell’ospedale.

In questi lunghi cunicoli bui e umidi, impregnati dall’odore acre di feci e di chiuso, troviamo un lettino di ferro appoggiato sui binari del pavimento e una sedia a rotelle: un raggio di luce che filtra da una bassa finestra è l’unica garanzia per riemergere da questo luogo, affascinante ed inospitale.

                          
Soltanto tornata a casa, alla sera, mi accorgo che la mia Euridice (la torcia secolare) è rimasta nei lunghi corridoio sotterranei del manicomio infernale, per sempre perduta, per sempre fedele compagna di mille avventure che fino alla fine ci ha permesso di ritrovare la strada per il ritorno.

La luce ha combattuto la follia prima e dopo la 180.


                                                                           Elvira Macchiavelli

sabato 5 novembre 2016

La villa dei viaggiatori

E’ bello ritagliarsi dei momenti nella giornata quotidiana dedicati al ricordo di esperienze passate.
Questa volta ci troveremo alle 7 del mattino circa nella sala colazione dell’albergo, poi correremo verso la stazione del freddo capoluogo, cambieremo treno, passeremo sotto gli sguardi indispettiti dei condomini facendo finta di niente e…entreremo in una dependance sbagliata trovando comunque qualcosa di bello da fotografare per poi…andare oltre una collinetta abbattendo i rovi con i cavalletti…

Screew…op…di qui no…di qui si!
Con improbabile agilità entro nella dimora, tu e Marco volete essere i benvenuti?
Adesso cominciamo a giocare.

Impossibile non venire soggiogati dai fili invisibili dell’istinto che muovono le gambe attraverso le cornici pesanti delle porte divelte conducendo alle numerose sale dai pavimenti di legno.
Un silenzio riposante rigenera l’animo che a poco a poco si quieta ed entra in armonia con lo spirito della villa dei viaggiatori. La dimora di metà Ottocento dedicata alla moglie del noto industriale è una casa nobile dai soffitti di legno affrescati, la carta da parati colorata ma stracciata e dagli arredi fini e densi di ricordi.

Drappi antichi

In musica ogni brano è formato da alcuni cues, ossia dei motivi che contraddistinguono le particolarità della melodia: i leitmotiv architettonici di questa dimora risiedono nelle tracce che poco a poco scopriamo durante l’esplorazione: aprendo le ante dell’armadio dai motivi orientali troviamo adesivi anni '70 di alcune marche, in un piccolo stipite conchiglie, cocci di una piccolo portagioie e una scatola dalla scritta in cirillico янмарь (‘yanmar’ che in russo significa ambra).
янмарь
Un piccolo cartoncino dall’aria estremamente vintage riproduce il monte Fuji riportando il nome di un hotel nipponico, in un angolo è appeso un cappello nepalese: questa è la villa dei viaggiatori e il suo essere è un meta-viaggio nella storia di una famiglia benestante e dei suoi souvenir.

La sala medievale
Nella cucina buia, a poco a poco che la vista si abitua, possiamo trovare, sotto al vetro del tavolo della cucina, una fotografia di un uomo sorridente a fianco di un aeroplano: l’avventura non finisce mai. Siamo guidati dai raggi di luce asimmetrici che filtrano dalle tapparelle e dagli stracci delle tende rosa antico, in preda ad una verve emozionale che ci fa perdere la dimensione temporale.

Poltrona sola
Dalla sala medievale con il camino d’epoca filtriamo come spettri nella stanza buia dalla poltrona sola: 

l’ampio salone di legno era arredato da vetrinette, ora fracassate, e sicuramente custodi di memorie preziose ora trafugate.
La scala
La scala solida dal manico in ferro battuto è un cammino di elevazione verso il secondo e terzo livello dell’avventura: ogni porta della villa è completata da un mazzo di vischio ma dov’è l’amore?
Crollano i pensieri sulla situazione personale opprimendo brevemente l’animo che può scuotersi soltanto proseguendo il cammino verso il brivido: la mansarda luminosa è un insieme di assi vertiginoso dove il pavimento inclinato, e a tratti insicuro fa motivare la voce di Marco in una richiesta tacita: ‘Macchiavelli, è tardino…andiamo alla serra?’

-Già La serra!-

Comprendiamo dove siamo soltanto quando usciamo dalla dimora della famiglia, per entrare in quello che è un autentico giardino di inverno, abbandonato, in stile orientale: il soffitto a cassettoni di legno riproduce angeli e aironi neri mentre tutto intorno, le pareti, sono arricchite da piastrelle che riproducono pappagalli colorati e Cacatua.

Le lanterne di legno sono eternamente spente in questo luogo magico dove davvero il tempo si è saturato di immagini, la vista dilatata e il viaggio, ahimè, concluso.


Il giardino di inverno



Click for the video.

Elvira Macchiavelli